IL DISAGIO LAVORATIVO E LA SINDROME DEL BURNOUT

Medici, infermieri, psichiatri, psicologi, insegnanti, educatori, pedagogisti, assistenti sociali sono tra le categorie maggiormente a rischio di sviluppare una risposta da stress lavorativo: questa è particolarmente frequente in tutte quelle professioni in cui lo specialista viene a contatto con individui che vivono una o più situazioni di sofferenza psicologica e/o emotiva e formulano una domanda d’aiuto nei suoi riguardi. Questo tipo di relazione, caratterizzata dall’incontro tra due persone, l’utente e il professionista, viene definita relazione d’aiuto (vedi Chiland, 1995). L’interazione prolungata con la sofferenza dell’utente può portare i professionisti a sperimentare una situazione di transfert e sovraccarico emotivo, insieme ad una perdita di energia. Il sovraccarico emotivo e mentale si alimenta come reazione alla tensione emotiva cronica creata dal contatto continuo con altri esseri umani, in particolare quando essi hanno problemi o motivi di sofferenza. Se trascurato, può condurre ad un quadro di “sindrome da esaurimento emotivo, da spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali” e sfociare nella cosiddetta “sindrome del burnout”.

Secondo un recente studio dell’American Medical Association (AMA) pubblicato da Mayo Clinic Proceedings, i medici sopraffatti dal burnout curano peggio i loro pazienti. Le professioni con un grosso impegno assistenziale possono comportare un notevole stress emotivo che alla lunga può provocare un esaurimento dell’operatore stesso. Il professionista va incontro a una sindrome da burnout caratterizzata da esaurimento emotivo, perdita del senso della propria identità e riduzione della soddisfazione professionale. Lo studio americano ha evidenziato il fatto che il burnout dei medici è collegato a una ridotta soddisfazione dei pazienti, a un aumento degli errori e a costi sanitari più elevati: quindi pazienti insoddisfatti e più errori medici.

Secondo la Canadian Medical Association, il 18% dei suoi soci è riconosciuto come depresso, ma solo 1 caso su 4 prende in considerazione l’idea di farsi aiutare e soltanto il 2% si cura. Così, nel corso della carriera almeno un dottore su quattro “scoppia”, arrivando a sviluppare la sindrome del burnout.

Questi modelli sono applicabili anche alla realtà italiana: la classe medica soffre di patologie depressive sei volte tanto rispetto alle altre classi lavorative. Le conseguenze della stanchezza hanno ripercussioni anche a livello personale, rabbia e irritabilità, casi in mal di testa, nausea e disturbi del sonno sono solo alcuni dei sintomi fisici legati allo stress lavoro-dipendente. Spesso di queste situazioni ne fa le spesa la serenità famigliare, portando ad una percentuale superiore alla norma di separazioni e divorzi. La valvola di sfogo più comune è costituita però da alcol, droghe e farmaci, a cui i medici hanno più facile accesso. Gli studi condotti in diversi paesi (ad esempio in Spagna) sono abbastanza omogenei e indicano che a farne uso è circa il 12% dei medici: in base a questo dato, in Italia sarebbero circa 40mila gli specialisti alle prese con questi problemi (vedi: Il Corriere.it, gennaio 2010). A finire nel meccanismo della dipendenza sono soprattutto i medici più “stakanovisti” che dedicano tutta la vita al lavoro, sempre disponibili a correre in ospedale e a sostenere turni massacranti. Molti tra questi non sono consapevoli di soffrire di una sindrome da burnout e cercano sollievo nel gioco d’azzardo, nell’alta velocità, in comportamenti sessuali a rischio, alla ricerca di qualcosa che possa riaccendere le proprie emozioni.

In virtù di una situazione ingravescente che chiede di essere affrontata, il primo passo a livello della prevenzione individuale è promuovere la consapevolezza delle principali avvisaglie di stress lavorativo e di burnout, in modo da intervenire prima che compaiano i sintomi fisici e che il malessere si ripercuota sulla vita del medico. Secondo studi del 2006, emerge da parte dei medici una generale incapacità a riconoscere le proprie qualità emotive ed empatiche; questo comporta una tendenza alla rimozione delle emozioni e alla chiusura in se stessi, un atteggiamento che alimenta una sensazione di solitudine, la quale predispone a frustrazione e a demotivazione lavorativa, che potrebbero essere l’anticamera di alcuni sintomi caratteristici del burn-out, come l’alienzione e l’apatia.

Sul territorio lo Studio Arcadia propone programmi per la prevenzione e il supporto della sindrome da burnout, con l’obiettivo di limitarne e prevenirne i casi conclamati, ponendo l’attenzione ai fattori stressanti nell’organizzazione del lavoro e all’aumento della resilienza allo stress attraverso percorsi di counseling, psicoterapia, metodologie corporee, arteterapia e, qualora necessario, consulenze psichiatriche e terapia farmacologica specialistica.

Dott.ssa Alessandra Carreri

Medico Chirurgo esperta in MTC, Counselor olistica e fondatrice del progetto Arcadia

 

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