Trauma e integrazione

Peter Levine, educatore, psicologo e fondatore della Somatic Experiencing parla del trauma definendolo una interruzione: “Si interrompe il contatto con il proprio corpo, con se stessi, la famiglia, gli amici, la comunità, la natura e lo spirito, perpetuando la spirale discendente della dislocazione traumatica. Guarire il trauma equivale a ristabilire tali contatti.”

Continua spiegando che “la nostra forza e adattabilità di esseri umani sta nell’integrazione dell’istinto, emozione e pensiero razionale. Se decidiamo di abbandonare il nostro istinto, limitiamo le nostre scelte evolutive, ci allontaniamo dalle nostre risorse innate, necessarie a farci percepire la nostra interdipendenza dagli altri e dal mondo naturale.

Senza questa interdipendenza, scegliamo di vivere in un vuoto spirituale. Senza questa interdipendenza non siamo in grado di elaborare il trauma, possiamo soltanto costruire delle deboli sovrastrutture intorno ad esso nel vano tentativo di difenderci dalla sua forza devastante.

C’è molto che possiamo fare per guarire il trauma e costruire una via alla interazione. Come individui, famiglie e professionisti possiamo essere presenti per i nostri bambini nel periodo successivo ad esperienze potenzialmente traumatiche.

Se c’è qualcuno che ci può aiutare a superare gli orrori della violenza e della guerra, sono i nostri bambini. Datemi un punto su cui poggiare la mia leva,” dichiarò pubblicamente Archimede, “e vi solleverò il mondo.” Dominati come siamo da conflitti, distruzione e trauma, potremo forse trovare questo fulcro, questo punto focale, nelle tenere vibrazioni fisiche, ritmiche tra una madre e il suo bambino. Quando il legame primario è forte e vitale, il mondo esterno diventa un luogo meno minaccioso, più ospitale. Quando si ristabilirà il contatto interrotto tra corpo, mente e spirito, quando si saranno riallacciati i vincoli, spezzati, tra la gente e la natura, potremo, come specie, cominciare a sentirci a casa su questo bellissimo pianeta Terra.” (P. Levine)

A queste bellissime parole mi sento di aggiungere che ognuno di noi, dentro di sé, possiede una parte che molto definiscono “il proprio bambino interiore”, una parte genuina, spontanea, innocente. Ritengo che, innanzitutto, sia indispensabile imparare a prendersi cura del proprio bambino interiore e fare esperienza dell’amore e dell’accudimento verso quella parte di noi stessi. Questo con lo scopo di portare fuori da sé quell’esperienza e di occuparsi dei bambini al di fuori del nostro mondo interiore.

Non è egoismo, è logica: io non posso portare nel mondo null’altro se non la mia esperienza diretta, non posso insegnare nulla che prima non abbia appreso e non posso passare il testimone se prima non l’ho ricevuto. Non posso sapere come amare e come accudire qualcuno se per primo non ho mai sperimentato l’amore e l’accudimento: se non l’ho ricevuto dai miei genitori, l’unico in grado di potermelo dare sono io stesso. La ricerca dell’amore mancato al di fuori di se stessi è inutile e addirittura dannosa, perché si ricerca qualcosa FUORI che colmi un vuoto DENTRO, che solo l’amore di noi adulti verso la nostra parte bambina può saziare.

Attenzione, esiste una sottile linea che distingue l’azione dalla re-azione e la crescita personale sta in questa differenza. La reazione per di più spinge l’individuo al contrattacco, rispetto al dolore o alla ferita vissuta da bambini e, al posto che ripristinare il contatto interrotto tra corpo, mente e spirito, si approfondisce ancora di più alimentando la sofferenza. Agire al posto che reagire, condurre la propria vita al posto che adeguarsi, accogliere (che non significa accettare) al posto che subire, scegliere di rispettare sé ed il proprio sentire al posto che costringersi ad assecondare l’idea che gli altri hanno di noi.

Quando si è stati feriti, la rabbia, la tristezza, la paura sono emozioni naturali: il pensiero collettivo sociale e culturali ci hanno condizionati a nasconderli, perché giudicati inappropriati. Ogni emozione ha la dignità e sopratutto la necessità di venire manifestata: le emozioni sono una spia luminosa, un alleato che ci avverte che qualcosa ci sta attivando, sta mettendo in moto la nostra energia (dal latino e-movere). Non sono né buone né cattive, è l’uso che ne facciamo, è il gesto che ne scaturisce che ne determinerà la natura distruttiva o costruttiva.

Alessandra Carreri

medico chirurgo specializzato in MTC e Shiatsu 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Powered by WordPress.com.

Up ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: